Interni Magazine

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Portrait

Ross Lovegrove

di Cristina Morozzi

È un visionario del nostro tempo, un designer evolutivo capace di umanizzare le forze astratte della tecnologia. I suoi prodotti riflettono i valori che pone nella nostra civiltà e celebrano il potenziale scientifico emergente dell’epoca attuale.
Da giornalista è impegnativo raccontare Ross Lovegrove, data la diffidenza che nutre nei confronti dei media. C’è un tale coinvolgimento vitale nel suo lavoro che risulta arduo dare conto del processo generativo dei suoi prodotti, dell’appassionata e costante ricerca evolutiva che accompagna il suo metodo progettuale (il 50 per cento del lavoro del suo studio londinese è ricerca). Per parlare di lui bisognerebbe usare solo il futuro: ogni suo progetto riguarda lo sviluppo e la possibilità di fornire migliori condizioni umane: dalle antenne eoliche e fotovoltaiche, ai rifugi alpini, come il recente Alpine Capsule, presentato nel dicembre 2008 in alta Val Badia, simile ad una lucente goccia di pioggia, alimentato ad energia eolica e solare; ai veicoli solari, bolle trasparenti dotate di un sistema idraulico di elevazione che consente alle auto parcheggiate di diventare luce urbana; alle lampade solari (la sua Solar Bud per Luceplan in vendita dal 1998 è una delle prime); sino alla valigia in fibra di carbonio realizzata da Globe Trotter (2008)che pesa solo 1300 grammi. Le sue forme definibili, sbrigativamente, organiche, che rubano alla natura l’ardita morfologia, sono il risultato di complesse elaborazioni digitali. “Il mio studio”, dichiara, “è al 100 per cento digitale. Io penso sempre in modo tridimensionale”. Difficile trovare immagini e parole appropriate per documentare la genesi di un percorso progettuale visionario, teso verso obiettivi non negoziabili. Ross usa tutto il suo indiscutibile carisma, la sua capacità affabulatoria per convincere i clienti a fare qualcosa d’incredibile. “Bisogna sempre essere qualcosa di più di un designer”, sostiene, “un politico, uno scrittore, un antropologo, un filosofo, uno scienziato... È necessaria una convergenza d’interessi. Conviene stabilire contatti, rendersi disponibili, trovare la chimica”. A vederlo lavorare con gli studenti, a sentirlo spiegare i suoi progetti, ci si rende conto di come dispensi ‘enzimi’ con generosità, senza curarsi del tempo che scorre, disponibile alle domande, prodigo di risposte. Se pone nei suoi progetti anche solo una minima parte della dedizione che riserva agli allievi, non c’è da stupirsi delle sue richieste esose ai clienti, non solo in termini economici, ma anche di libertà espressiva e di coinvolgimento nel processo generativo, dalla produzione sino alla comunicazione. “Devo fare l’art director di tutto”, prosegue. “Per il mio book ho scelto e pagato il fotografo, ho scritto i testi... L’oggetto che hai creato non può essere abbandonato nelle mani di una agenzia di pubblicità che non ne capisce la filosofia, che lo fotografa in modo sbagliato. È un po’ come dare via il proprio figlio”.
I designer dovrebbero essere coinvolti in tutti gli aspetti della vita del prodotto e avere una visione globale dell’azienda con cui collaborano. Ecco spiegata la sua diffidenza nei confronti della stampa, la reticenza a fornire immagini, che può parere arroganza, mentre invece è timore di essere frainteso: il prodotto finito, soprattutto nelle foto di repertorio, difficilmente riesce a narrare la complessità del processo. Le forme fluide, le strutture leggere, che paiono sbocciare con naturalezza, sono il risultato di un lungo lavoro di tutto il suo studio, paragonabile quasi a un atelier artistico, che costa tempo e, dunque, denaro. “Su ogni mio prodotto”, dice, “operano 15 persone per una media di cinque anni. Come è possibile che una pagina di rivista che ne pubblica vari assieme possa dar conto di questo impegno?”. Da questa difficoltà a essere rappresentati dalle aziende commerciali deriva la progressiva trasformazione del designer in un marchio; la tentazione dell’oggetto unico, o in serie limitata, da vendere in galleria. Trovare le aziende con le quali dialogare e stabilire la ‘chimica’ è un lavoro impegnativo, che non dà tregua, nemmeno a Natale: tutto l’anno in viaggio, da una latitudine all’altra, spesso in Italia, il Paese dove si fanno le cose. “Bisogna”, dice, “volare, parlare, scrivere, mantenere i rapporti d’affari, gestire i soldi, disegnare e stare in fabbrica. Bisogna, come i gatti, avere nove vite”. Ross intende mantenere alta la posta. Non vuole ridursi a fare progetti superficiali per committenti con i quali “non c’è chimica”. Si è costruito una reputazione e vuole mantenerla. È esigente, perché si dedica con passione; perché è leale ed evita di fare progetti per aziende concorrenti. Per alcune imprese, come la turca Vitra produttrice di sanitari, è anche ambasciatore del marchio. “Sono il designer, quindi non dico ‘palle’ e so parlare dell’azienda con molta convinzione”. Quando presenta il suo lavoro propone una schermata che funziona da sommario con varie immagini: dei suoi lavori, della natura (una conchiglia, una farfalla), ma non solo. C’è anche la foto di un Samurai. L’armatura del Samurai in seta e bambù è una corazza impermeabile alle frecce: rappresenta una metafora efficace dei concetti di leggerezza e resistenza. Ma segnala anche l’importanza dei valori storici. “Non c’è forma di conoscenza”, sostiene Ross, “che non derivi dal passato”. Ma poi confessa di lavorare d’istinto. Ci tiene a produrre belle forme: vorrebbe riuscire a dare la bellezza del sole alle sue lampade ad energia solare. Vuole creare un’estetica alternativa, leggera, biologica e tecnologica, connessa con la natura. Ma, soprattutto, con i suoi progetti vuole educare, producendo qualità migliori e insegnando il linguaggio di sopravvivenza che s’impara dalla natura. Ha urgenza di comunicare; di spiegare che si potrebbe viaggiare in treno, godendosi il paesaggio, e mostra un’immagine avveniristica di un treno con vagoni allestiti come la hall di un hotel; che si potrebbero utilizzare nei centri urbani delle auto elettriche trasparenti a forma di bolla; che si potrebbe vivere a 2000 metri protetti e coccolati come dentro un guscio, senza consumare energia elettrica (Alpine Capsule, Moritz Craffonara); che si potrebbero illuminare le città con lampade solari a forma di albero (Solar lamp, Artemide 2008). A sentirlo raccontare queste visioni agli studenti della Scuola Politecnica di design di Milano, dove ha tenuto un workshop sull’illuminazione urbana a energia solare (settembre 2009), con un’enfasi da missionario nonostante sia appena sbarcato da Mumbai – dove è andato a fare una conferenza e a incontrare un gruppo di imprenditori locali – si capisce che nove vite ce le ha davvero. Ci si augura continui a impegnarle per tenere alto il valore etico dei suoi progetti.

 





n. 596 novembre


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