Gomez Paz-Rizzatto, Rifrazioni modulari
testo di Francesco Massoni
foto di Miro Zagnoli
Il progetto ecosostenibile della lampada Hope di Luceplan rivela che è possibile attualizzare la tipologia del tradizionale lampadario, esaltandone la sfavillante aura.
La scintilla dell’innovazione progettuale non scocca mai per caso, è il frutto di un lungo processo di gestazione che si manifesta quando vi sono tutte le condizioni: tecniche, produttive, commerciali e, perché no?, anche culturali, per dare vita all’invenzione. Se poi accostiamo questa metafora al mondo dell’illuminazione, l’avventura si rivela ancor più avvincente. L’esempio è un progetto scaturito dalla volontà di dare nuovo lustro alla già splendida storia di un’icona tipologica affermatasi nei secoli, a partire dall’antico candeliere fino alla sua evoluzione nel lampadario a bracci, in vetro di Murano o in cristallo di Boemia. Un archetipo solenne e aristocratico, fedele a una illustre tradizione artigianale, ma, proprio per questo suo status di rarità e privilegio, identificabile con il lusso più ostentato ed esposto al rischio di imitazioni in salsa kitsch, l’esatto opposto dell’abat-jour, così crepuscolare e piccolo borghese nell’immagine un po’ fané che riceviamo dal passato. Chi, dunque, meglio di Paolo Rizzatto avrebbe potuto porvi mente e mano, dopo aver saputo attualizzare il classico paralume, convertendolo, con il nome di Costanza, alla ragione progettuale? “Erano anni che pensavo al tema del lampadario” rivela l’architetto e designer milanese, cofondatore di Luceplan, “ma desideravo affrontarlo in chiave autenticamente innovativa, senza privarlo della sua magia e festosità, rendendolo più accessibile grazie alla sua industrializzazione”. Non una nostalgica operazione di restyling, ma un paziente e accurato lavoro di risemantizzazione linguistica e formale, condotto sulla scorta dei saperi e delle tecnologie oggi disponibili, fedele al verbo del più puro industrial design. “Per forza di levare”, suggerisce lo stesso Rizzatto, che ha atteso il momento più propizio per cimentarsi in questa opera di rilettura critica coerentemente con la filosofia di Luceplan, da tempo impegnata sul fronte della sostenibilità ambientale. E la fatidica scintilla è finalmente scoccata quando Rizzatto ha incontrato l’argentino Francisco Gomez Paz, designer dotato di un vivace intuito e di una grande capacità applicativa. Fra le due generazioni di progettisti si è creato da subito un fervido e proficuo dialogo che è culminato, due anni fa, nell’intenzione di realizzare insieme “un lampadario in plastica, leggero, infrangibile e a basso impatto ambientale, poco ingombrante nel suo insieme, facile e piacevole da montare e smontare, con costi ridotti rispetto al suo più illustre predecessore, ma non per questo meno capace di illuminare, arredare... e stupire”. L’idea di partenza era quella di generare, a partire da un’unica sorgente di luce, una moltiplicazione dei punti luminosi che fosse equivalente all’effetto di riflessione e rifrazione prodotto da vetri e cristalli nel classico lampadario, evitandone al contempo l’abbagliamento. “Perciò” racconta Gomez Paz “abbiamo pensato di adottare lo stesso principio delle lenti di Fresnel”.
La lente di Fresnel, così chiamata dal suo inventore, il fisico Augustin-Jean Fresnel, consente di ridurre l’ingombro, lo spessore e il peso di una lente sferica, conservandone intatto il potere diottrico. “Il problema” aggiunge Rizzatto “era identificare la tecnologia adatta a ottenere la qualità ottica richiesta”. La soluzione è stata raggiunta con la collaborazione di una ditta specializzata in cui operano tecnici provenienti dalla Carl Zeiss. “Sfruttando le tecnologie messe a punto nella produzione di lenti e specchi Fresnel per lavagne luminose, abbiamo definito con loro la realizzazione ad hoc di due diversi tipi di film in policarbonato dello spessore di un millimetro, sulla cui superficie piana viene impressa una microprismatura con un passo da 8/10 di millimetro”. Queste lenti determinano la riduzione a 1/5 dell’immagine della sorgente di luce retrostante e attenuano l’abbagliamento da essa prodotto. Il lampadario, battezzato Hope, è composto da tre elementi disposti intorno a un’unica lampadina centrale: una leggera ma solida struttura portante in lamierino di acciaio tranciato e piegato; un numero variabile di bracci rimovibili in policarbonato stampato ad iniezione; una serie di sottili lenti Fresnel piane rimpicciolenti, ottenute mediante microprismatura impressa su un film in policarbonato di spessore sottile. Il montaggio è semplice e intuitivo, come un gioco ad incastro, e può essere eseguito direttamente dal cliente. Si sospende all’altezza voluta la struttura portante completa della sua lampadina. Si connettono a scatto due lenti di diversa grandezza a ciascun braccio, conferendo ai fogli in policarbonato una leggera curvatura che li conforma e li rende più solidi. Alla fine, si applicano i bracci alla struttura, inserendoli nell’apposita sede. Il risultato è una raffinata architettura che, dal nucleo, si espande in rami e foglie, smaterializzandosi progressivamente. “Per lo sviluppo di questa forma radiante abbiamo preso esempio dal mondo microrganico delle diatomee, alghe unicellulari racchiuse in un involucro siliceo trasparente”, rivela Francisco Gomez Paz. Il progetto ha dato vita, per il momento, a due diverse declinazioni del lampadario a sospensione, piccola e media (rispettivamente con ingombro in pianta del diametro di 64 e 72 cm, con 12 e 18 rami, ciascuno dei quali dotato di una foglia grande e di una piccola), ma promette di crescere, fino a comporre una famiglia comprensiva di applique, plafoniera e flambeau. “Una volta messo a punto” afferma Paolo Rizzatto “il sistema si può esprimere in configurazioni libere e con più fuochi”.
La sua versatilità d’uso, dagli spazi domestici al contract, trova riscontro nella varietà di sorgenti che è in grado di supportare: da quelle ad incandescenza, alle alogene di nuova generazione, fino alle fluorescenti a risparmio energetico. Fra le prerogative di questo oggetto luminoso vi è inoltre quella di attrarre la luce proveniente dagli ambienti in cui viene installato e di rifletterla nello spazio circostante, anche quando è spento. Un cenno infine all’imballo, pratico, leggero ed ecocompatibile: una scatola cubica in cartone, con lato di circa 35 cm., il cui peso complessivo non supera i 2 kg.