di Cristina Morozzi
Ha il piglio deciso di chi è consapevole del proprio valore. Designer industriale e artista, non vive contraddizioni tra le pratiche, anzi ritiene che il lavoro artistico sia un importante nutrimento del progetto industriale.“Porto la tecnologia nelle sculture e l’arte nell’industria” dichiara Arik Levy. “Sono un artista che capisce un prodotto industriale e che sa fare pezzi unici”. I prodotti industriali li capisce molto bene, tant’è che moltiplica la sua firma per importanti aziende, molte in Italia, spaziando dagli arredi ai complementi, all’oggettistica. Al Salone di Milano 2008 ha presentato ben 13 progetti nuovi. Non solo. Disegna anche gioielli (le collezioni Kings and Queens in titanio per Gaia & Gino e Intangibles in cristallo per Baccarat) e abiti tecnici per la coreana Kolon Sport. Nella moda porta il suo spirito di ricerca, lavorando sull’anatomia, sulla termografia e su nuove composizioni di fibre. Tra le sue creazioni più note la famiglia Rocks: grandi pietre, taglio diamante, realizzate in legno, acciaio, rame, pezzi unici, monumentali, evocativi di paesaggi primordiali. Esistono anche in plastica, di dimensioni più ridotte, stampate in rotazionale da Serralunga, ideali come sedute da disporre in modo occasionale nei giardini e nei parchi. Le gigantesche Rocks in legno con le quali ha realizzato un’installazione nello showroom di Cassina a Parigi (Designer’s days 12-16 giugno 2008) sembrano tronchi d’alberi centenari sbozzati con l’accetta. Invece sono vuote dentro: caverne abitabili, di forma poligonale, montate in 3D, lato dopo lato, al pari di un puzzle. Nell’utilizzo della tecnologia per ottenere forme e sensazioni che hanno la forza elementare degli elementi naturali risiede il segreto della sua arte. Le sue installazioni luminose paiono bengala, esplosioni, quasi parenti lontane delle deflagrazioni di Cai Guo-Quiang, l’artista cinese che disegna con la polvere da sparo. Risultano magiche, pur in assenza di qualsiasi concessione decorativa. Le sue luci non sono lampadari, sono scintille, come le Fractal Clouds, oppure grovigli di fili elettrici, simili a un nido di rovi, come le Umbilical Light del 2001. All’origine della sua ricerca artistica una disposizione da biologo che studia le materie e le catene molecolari: conglomerati di quest’ultime sono le sue recenti sculture proposte a New York nel maggio 2008 per la Surface Gallery/Samsung. È attratto dai materiali industriali e dalle loro potenzialità espressive. Li studia per riprodurre effetti che paiono rubati alla natura, in molte sue forme simile a certe realizzazioni industriali. “Basta osservare certi vegetali” dichiara “per accorgersi che paiono estrusioni”. Indagando le qualità sensibili di materiali abitualmente considerati performativi ma non sensoriali, non cerca di produrre nuove forme, piuttosto nuove percezioni. Attitudine che ha rivelato sin dalle sue prime prove: per esempio, nelle lampade Alchemy del 1997 in maglia d’acciaio, trasformata in materia calda e vibrante per dare alla luce impreviste sfumature. Degli artisti concettuali ha la concisione che si ritrova nei suoi progetti di serie più riusciti. Arrivare al nocciolo della questione, questo il suo obiettivo. Trovare nella complessità dei segni quello più efficace. Cosa è un lampadario? Una moltiplicazione di bracci. Ed ecco che per Baccarat disegna solo un braccio a tortiglione, componibile in una infinita varietà di forme. Per sedersi basta una pila di riviste. Invece di buttarle basta legarle ben salde. Ed ecco che per Eno disegna solo una cinghia. Si tratta di progetti paradigmatici, come il contenitore Metro Cubo, sette moduli combinabili variamente che, incastrati, formano il volume di un metro cubo: essenza di funzione e variabilità formale nell’unità di misura volumetrica. Un assoluto!