Interni Magazine

Architetture d'interni

La disciplina della terra

Progetto di Kengo Kuma
Foto e testo di Sergio Pirrone

In Giappone, un ex magazzino per il riso diventa architettura pubblica, d'incontro ed esposizione. Kengo Kuma realizza un'opera artigianale in pietra Ooya e regala una “magistrale lezione” sul rapporto tra natura e architettura. L’importanza del sito, la relatività dei materiali, i limiti fisici come mezzi creativi sono i suoi temi, affrontati brillantemente anche durante il suo recente intervento al XXIII UIA World Congress di Torino.
Stanca, disillusa da indifferenza e bugie, indispettita dall’arroganza dei suoi figli, la Terra ripulirà superbia e avarizia, lussuria e ira, invidia e accidia. Affamata di rispetto e dignità, in equilibrio instabile, ascolta le voci soppresse dei suoi luoghi, dei suoi geni, e guarda inorridita i suoi volti sfigurati, irriconoscibili. Come la polvere nera e la relatività del genio Albert, il cemento avrebbe contribuito al miglioramento del mondo, se il mondo non fosse stato pestato dalle teste parziali. Così tante in Giappone, in un mare di calcestruzzo grigio, qui il ‘canto del cigno’ ha il vigore di un singhiozzo che echeggia nelle menti coscienti, consapevoli. Kengo Kuma è una di quelle. Una vita trascorsa nella trincea del cambiamento ponderato, in opposizione all’assuefazione inerte, è convinto che il futuro venga direttamente dal passato. Che l’architettura vada smontata, ripensata dai suoi principi originari e rielaborata secondo immagini di pensiero sovrapposte. Inneggia al significato puro dell’ambiguo, allestisce strati materici che, magistralmente distanziati, avanzano e arretrano, s’ispessiscono e si rarefanno. E che sempre rimandano a quel senso visivo esclusivamente giapponese, in cui ogni singolo elemento costituente il tutto architettonico mantiene, in ogni caso, la propria distanza percettiva, la propria indipendenza fisica. Kengo ama il bambù, l’acqua, il legno, il vetro, la pietra. Assottiglia l’acciaio e aliena il cemento a funzioni prettamente di supporto. Alleggerisce l’architettura d’aria e di luogo, ma non di materia. Dal Nagasaki Prefecture Art Museum alla Lotus House, fin al Ginzan Onsen Fujiya, egli ascolta il senso del luogo, quel genius loci tanto sbandierato e così poco compreso. Un giorno, prende il treno che lo porta a Hoshakuji, piccola stazione dal sapore antico, a due fermate da Utsunomiya, 2 ore a nord di Tokyo. Davanti ai binari solitari, osserva, attiguo al sito in cui sorgerà il Chokkura Plaza, un magazzino per il riso abbandonato, costruito artigianalmente con pietra Ooya. L’immagine permea i suoi pensieri del ritorno senza soluzione di continuità, lo sostiene nell’indagine urbanistica del sito, fino a condurlo al concepimento di un’architettura pubblica, d’incontro e d’esposizione, che rappresenterà la città. Si ricorda che Frank Lloyd Wright aveva adottato la stessa pietra, pietra come terra, per l’Imperial Palace di Tokyo molti anni prima, e ne comincia a lavorare la particolare porosità. Costruisce una spugna tettonica che emerge spontanea dal suolo, sublimandolo nel passaggio verso il cielo e il suo blu. Compone un’opera d’armonia e comprensione del mondo naturale circostante, soffice come il respiro della terra su cui poggia,priva dell’arroganza architettonica che deve imporsi. Il rettangolo allungato mantiene semplice il ritmo costante di pieni e vuoti, che, sovrastati da un foglio d’acciaio aggettante, si permeano d’intorno, lo assorbono e ne filtrano le luminosità. Tra passaggi stretti che aprono su ampie sale espositive con quinte di verde e calcare, le prospettive volano dentro e attraverso un’architettura che accoglie nella continuità uomini e donne. Calda e porosa, le sue maglie sono intrecci di un paniere di vimini che pazientemente varierà colore e consistenza della sua natura con lo scorrere del giorno. Il sole ingiallirà i rombi di pietra che sono insieme finitura e struttura, mentre le sottili piastre diagonali d’acciaio supporteranno il progressivo acclimatamento dell’artefatto. Banditi makeup ornamentali o ritocchi estetici, il sistema costruttivo, che prevede parzialmente pareti traslucide corrugate di PVC, è nudo e crudo come nuda e cruda è madre natura. Schietta, la sua disciplina contempla il senso misericordioso che perdona gli sciocchi, ma avverte: la sua resistenza ha un fine e una fine. Che segnerà il destino di tutti.

 



Tom Dixon ‘passa in rassegna’ alcuni dei suoi prodotti, passati e recenti, più celebri. Foto ritratto di Helene Bangsbo Andersen.

n. 586 Novembre


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