progetto di UdA (Andrea Marcante, Massimiliano Camoletto, Valter Camagna)
foto di Alessandro Cane
testo di Antonella Boisi
Nel centro storico di Torino, la ristrutturazione di un aulico spazio di lavoro dedicato all’attività notarile diventa occasione per una riflessione sullo ‘spirito del luogo’ che si rivela attraverso un nuovo sistema di segni architettonici, interpretazione e manipolazione di elementi preesistenti, in un felice dialogo tra passato e presente.Torino è una città di stimolante attualità sul piano progettuale. Non solo perché World design capital 2008, capitale mondiale del design, sede di mostre ed eventi, dalla premiazione del Compasso d’oro al Congresso mondiale degli architetti. Ma perché, sotto la Mole, operano una serie di architetti di talento che, come illustrato dal recente libro 011 + architetture made in Torino edito da Electa, testimoniano la recente maturazione della nuova cultura architettonica torinese. Il lavoro di UdA, studio italiano tra i più riconosciuti all’estero, nel 2002 selezionato da Toyo Ito e Alejandro Zaera Polo come rappresentante unico per l’Italia all’esposizione internazionale itinerante New Trends of Architecture in Europe and Japan, restituisce un interessante frammento di questa realtà. Nel percorso intrapreso da Valter Camagna, Andrea Marcante e Massimiliano Camoletto si lega infatti tutto il presente e il passato di una città postindustriale dai molteplici scenari, che vanno dalle Olimpiadi invernali del 2006 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dai murazzi lungo il Po con i locali del tempo libero giovanile alle opere dei maestri Carlo Mollino, Gabetti e Isola, Jaretti e Luzi, dal Lingotto di Renzo Piano alla Fiat, da Mimì metallurgico airomanzi di Fruttero e Lucentini. La prospettiva di UdA rivela una specifica attenzione alla percezione sensoriale, ai materiali, alla luce e alle superfici di un luogo. Partono dal dettaglio per arrivare a un’organizzazione dello spazio funzionale a “trovare un punto di equilibrio tra presente e passato”. È una posizione, spiegano “che sottende l’adozione di un linguaggio iconico volto a esprimere, con un selezionato sistema di segni, l’unicità di un intervento”. È stato così anche in questo progetto: la ristrutturazione del piano nobile di un palazzo costruito nella seconda metà del 1800 nel centro storico di Torino. La sua destinazione: sede di uno studio notarile, coerente insieme di ambienti di rappresentanza, sale atti, reception, zone attesa, caffetteria-cucina e aree operative. È diventata l’occasione, grazie a un committente illuminato, per disegnare un ‘luogo altro’ e per portare avanti una riflessione sul tema della decorazione, tramite la sapiente ricucitura delle stratificazioni storiche che ne caratterizzavano gli spazi originari. Così, nell’ottica di preservare le belle pavimentazioni preesistenti e gli stucchi dei soffitti, tutto l’impianto distributivo, segnato da una planimetria a L con la zona reception in posizione centrale, è rimasto pressoché inalterato. “Il disegno delle doghe dei parquet primi Novecento” raccontano “ha suggerito la forma e la disposizione delle sedute nella sala-attesa e le composizioni geometriche ‘alveolari’ sulle vetrate lungo il corridoio”. Mentre l’arte contemporanea affidata all’opera di Domenico Borrelli, protagonista sulle pareti dell’area d’ingresso, è diventata il riferimento di unideale contraltare narrativo. “Da un lato si ispira” spiegano “alla caduta degli angeli di Michelangelo, dall’altro suggerisce un prosieguo e una ‘caduta’ verticale della volta a stucco sovrastante”. In senso figurativo, proprio la sua presenza introduce e distilla la serie di sollecitazioni sensoriali create ad hoc attraverso i materiali adottati e la manipolazione della geometria classica, che restituiscono un sottile gusto per l’alterazione e l’inganno percettivo, di memoria barocca. Il timbro dell’intonation iniziale continua infatti anche negli altri ambienti con sfumature e accenti differenti. “Nel ‘volume bagni’ prospiciente la caffetteria si aggiunge nella decorazione ‘pseudotridimensionale’ delle vetrate, grazie agli specchi retrostanti, un effetto cinetico, che allude in qualche modo al movimento dei voltini sovrastanti. E se la vista percepisce le aperture scorrevoli rivestite in Alcantara e le murature adiacenti finite ad arricciatura come un unico materiale, solo il tatto, in un secondo momento, ne svela la vera natura. Così come le riflessioni multiple all’interno della scatola-bagno ingannano la vista sui reali confini, percepibili solo attraverso il contatto fisico”. La ricerca di UdA non ha ammesso enfasi o eccessi. Anzi, al contrario, ha aspirato a una certa rarefazione. Quasi aulica, quando i tagli di luce, le lampade e il gioco degli specchi focalizzano le pareti finite con la pelle di una boiserie in legno laccato nero opaco che contiene impianti, luci e riorganizza il sistema degli arredi, prestandosi anche alla funzione espositiva per i libri notarili. Quasi contemplativa, nella zona della cucina-caffetteria, dove fulcro di uno spazio di 300 mq è il lunghissimo e monastico tavolo in legno, con sedute a scomparsa, che determina un luogo di incontro durante i pasti o durante un meeting di lavoro. Ma, soprattutto, una dimensione più astratta in grado di dialogare con la concretezza della quotidianità.