Odoardo Fioravanti
“Da una posizione di osservazione particolare e, certo, disincantata posso guardare e raccontare con stupore la ricchezza creativa di chi si esprime riguardo la Crisi cercando di spiegarne i motivi, la fisionomia, gli effetti. È un cimento che pare aperto a tutti, tipo uno di quei banchi del luna-park dove, con un solo euro, hai a disposizione tre palle per colpire un bersaglio. Proprio tutti, con esiti ondivaghi, cercano di delimitare il fenomeno, pesarlo, misurarlo, indicando una lettura o una ricetta. Quasi sempre fanno finta di parlare di quello che accade ma, a ben guardare, vagheggiano una rivincita. La litania da ripetere fino alla trance è: “la crisi è un’occasione”; per il rilancio, per tutti, per il mio cane, per la mia portinaia, per il cinquantenne con tre figli licenziato senza preavviso. Come a dire giovanilisticamente che la Crisi è una botta di vita mica da ridere, una figata incredibile. Se fossero libri sarebbero ‘libri da Autogrill’, del genere “Il futuro è nelle tue mani” o “Accresci la tua autostima”. Ma i generi letterari a ridosso della Crisi sono tantissimi. Nello scaffale del faida- te e dell’hobbistica, ad esempio, potete trovare i tanti che scoprono nella crisi l’humus perfetto della nostra italianissima inclinazione ad arrangiarci. È l’Italia che ripara tutto con lo scotch da pacchi e alla fine ci prova anche con i dissesti economici.
L’effetto più evidente di tutto questo marasma è che le aziende intimorite dai segnali economici e dal chiacchiericcio sembrano cercare di nuovo progettisti caratterizzati da un approccio leale alla progettazione; professionisti che le aiutino a portare prodotti belli e intelligenti nelle case della gente, a prezzi onesti. Sempre meno design-arte e sempre più design-design. Questa non è esattamente una novità, ma piuttosto un riatterraggio. Aldilà dell’instabilità economica dei mercati, la sensazione è che la professione che mi capita di fare (che è uno dei design possibili) stia cambiando. La tendenza è di inglobare competenze che storicamente facevano capo ad altre figure professionali. Così si passa dall’aiutare le aziende nella scelta delle nuove tipologie da esplorare (strategie commerciali) fino ad arrivare ad assisterle nello sviluppo di soluzioni tecniche (ingegnerizzazione), con tutto quello che sta in mezzo (concept prodotti, ideazione, progettazione, comunicazione, advertising). La moda anni Novanta delle art direction sembra superata da un sistema di rapporti stretti tra impresa e progettisti, un network di tante persone che risulta più contemporaneo di un rapporto a due. L’impressione sincera è che si lavorerà sempre di più sulla condivisione dei percorsi e su un confronto schietto e pragmatico.
Certo non si può negare che negli ultimi tempi sia scoppiata questa specie di bomba che ha fatto cadere a terra molte realtà. Per chi è rimasto in piedi resta un vago stupore, la coscienza di essere fortunati, la solidarietà con chi è stato colpito. Sono un progettista e finisco per domandarmi ogni giorno cosa ha funzionato e cosa sta funzionando in quello che faccio. Allora, come il druido Panoramix, voglio continuare a rimestare nel pentolone la stessa pozione. Voglio provare a creare un piccolo circolo virtuoso, con la certezza che tanti piccoli circoli virtuosi ne formeranno inevitabilmente uno grandissimo”.