Antonio Citterio
“Il design è parte integrante del processo di produzione industriale. Considerare il design come puro valore aggiunto del prodotto industriale è un luogo comune; significa fraintendere gravemente la profonda reciprocità di rapporto che esiste, e deve esistere, tra cultura industriale e cultura del progetto. Il nostro Paese ha progressivamente abbandonato interi settori industriali; l’elettronica è solo uno di molti esempi possibili. In assenza di veri investimenti nella ricerca industriale e in assenza di ricerca a livello universitario, l’innovazione tecnologica, sia a livello di processi produttivi, sia a livello di prodotti, è completamente delegata alle risorse delle aziende produttrici. Alla fine degli anni Settanta abbiamo creduto che il design potesse aggiungere valore ad un prodotto tecnologicamente obsoleto e che l’immagine degli oggetti fosse il solo argomento possibile di competizione. I nostri prodotti elettronici uscivano sul mercato con un design estremamente sofisticato e seducente, ma l’industria del settore aveva di fatto, e da tempo, smesso di investire in ricerca tecnologica. IBM usciva con le sue prime macchine elettroniche, dal design banale ma dalle prestazioni competitive, negli anni ’70 e ’80; quegli stessi anni rappresentano un periodo ricchissimo per il design italiano, tuttavia, segnano anche l’uscita della nostra industria da questo settore nel quale negli anni ’50 e ‘60 eravamo all’avanguardia. I prodotti di quel periodo della storia del design, testimonianza, oggi, di quel design che definisco feticista, completamente affidato alla capacità accattivante di una forma, di certo non hanno contribuito a tenere in corsa la nostra industria nella competizione industriale dell’information technology con il risultato che oggi il mondo del design italiano non ha personalità alcuna nella cultura del progetto per l’elettronica.
Il progetto di design ha bisogno dell’industria; prova ne è che oggi continuiamo a mantenere un primato nella qualità e nella sofisticazione nei settori dell’industria manifatturiera dei prodotti per la casa e per l’abbigliamento. Incoraggiare una deindustrializzazione indiscriminata, pensando di poter conservare nel nostro Paese il solo momento creativo, la sola attività progettuale, e perdere, al contempo, contatto con la cultura della produzione, significa perdere del tutto la conoscenza profonda della filiera; la capacità di selezione delle materie, la progettazione dei processi, il controllo della qualità, che di fatto sono gli elementi di cui si nutre il progetto di design. Nel mio modo di lavorare, sarebbe impossibile concepire un prodotto senza partire dalla conoscenza di una tecnologia di produzione e senza vederlo già interpretato in una strategia di comunicazione; il mio lavoro non è mai finalizzato ad un prodotto unico, ma si inserisce sempre all’interno di una strategia di offerta aziendale che io stesso contribuisco a definire; il mio coinvolgimento con le aziende che producono i miei prodotti, per queste ragioni, è molto profondo.
Gli standard di qualità che la nostra produzione industriale ha raggiunto sono inarrivabili, a breve, da Paesi che solo adesso scoprono l’industrializzazione e che si stanno organizzando per la produzione di grandi numeri. La rete di relazioni, gli stimoli reciproci, la cultura per la competizione sulla qualità, ancora prima che sul prezzo, che la nostra industria con il suo indotto ha saputo generare, è profondamente legata al territorio, alla vicinanza geografica dei soggetti, alla loro storia, alla loro capacità creativa. L’industria italiana non deve perdere né competitività né capacità di progetto. Questo significa che il terreno sul quale dobbiamo continuare a competere è quello della conoscenza, dell’intelligenza, dell’invenzione. Il nostro modo di vivere, il nostro gusto, la nostra attitudine alla qualità sono irriproducibili e rappresentano, per i Paesi che si avvicinano ai nostri modelli di sviluppo, un obiettivo. Occorre fare leva su questo vantaggio che abbiamo di secoli di cultura per conservarci il lusso di un’industria che continui a parlare la nostra lingua, ad alimentare i nostri archivi, a conservare i nostri segreti”.