testo di Andrea Branzi
Sul mio tavolo cresce la pila di libri dedicati a una impietosa battaglia ‘contro’ l’architettura: una letteratura che qualche anno fa sarebbe stata impensabile, perché la difesa ‘politicamente corretta’ del progetto faceva parte dell’armamentario cerimoniale di una vasta popolazione di illuminati.Adesso sono proprio questi illuminati che sparano a zero contro questa antica e nobile disciplina. Cosa sta succedendo? Da dove ha origine questa svolta epocale che segnala una sorta di mutazione genetica dell’attuale generazione di intellettuali, architetti e sociologi (e anche di categorie minori)? Franco La Cecla titola esplicitamente Contro l’architettura (edizioni Bollati Boringhieri, 2008). Gianni Biondillo ha pubblicato Metropoli per principianti (edizioni Guanda, 2008). Nikos A. Salingaros ha scritto Anti-architettura e demolizione (Libreria Editrice Fiorentina, 2005). Ma non mancano i precedenti più nobili come il convegno a Trento Contro l’architettura con contributi di Stefano Boeri ed Enzo Mari, o Contro l’arquitectura dell’argentino Ricardo Blanco. Potremmo risalire anche ai saggi degli anni Settanta di Charles Jenks sulla fine della modernità, da cui sono derivati i riflussi reazionari di Léon Krier, non solo contro la modernità ma contro il progetto in generale. E come dimenticare gli anatemi di Manfredo Tafuri contro questa istituzione borghese, “destinata a morire” con l’avvento (fallito) del socialismo operaista? Su questa pista velenosa si è collocata anche l’origine del Decostruttivismo, nato come ipotesi del dissolvimento urbano nell’epoca della rivoluzione informatica e approdato in breve tempo a un nuovo International style con cui costruire qualsiasi genere di stronzata… Credo che questo fronte polemico sia un effetto derivato della grande ondata prodotta dalla cultura ‘postmoderna’. Probabilmente, anche Pasolini, se fosse ancora vivo, apparterrebbe a questo vasto schieramento antiarchitettonico, che annovera personaggi nobili, come il principe Carlo d’Inghilterra, e naïve come Adriano Celentano e Beppe Grillo. Ma padri ‘nobilissimi’ (e pericolosi) come Julius Evola e il suo Rivolta contro il mondo moderno, saggio contro le società democratiche e insieme – come dice il titolo – contro la modernità antitradizionalista. Partecipano attivamente a questo fronte composito e contraddittorio anche molte frange dell’ambientalismo antagonista, che vede in tutto ciò che è ‘nuovo’ l’alterazione di un equilibrio ambientale. Ma anche una parte estrema del terrorismo internazionale si alimenta di tematiche antimoderne, come nel caso dell’architetto integralista Mohammed Attah, capo-attentatore delle Twin Towers, viste come simbolo della società occidentale, progettante e blasfema. Per quale motivo questo tema, che ha anche fatto parte di un filone critico delle prime e delle ultime avanguardie (compresa una parte del nostro ‘movimento radicale’) ha raggiunto oggi una condivisione così diffusa? I motivi sono molteplici e tutt’altro che occasionali, e credo che possano essere riassunti in due grandi crisi storiche. Il primo motivo del fronte ‘antiarchitettura’ deriva dal fallimento oggettivo della città moderna. Progettata per rispondere in maniera puntuale e definitiva a una serie di funzioni sociali (e tecniche) nuove, si è rivelata un organismo rigido e inadatto a rispondere al continuo evolversi di quelle stesse funzioni. La crisi della modernità ha avuto un’origine filosofica (con la fine del Positivismo), ma si è anche alimentata dall’incapacità di tutti i dispositivi moderni a gestire il proprio indotto, devastante e imprevisto. L’architettura moderna soffre quindi di questa crisi di credibilità più generale; essa non riesce più a creare una qualità estetica diffusa e apprezzabile sul territorio urbano e si impegna a realizzare soltanto singoli episodi ‘visivi’, cioè eccezioni espressive che si collocano in maniera conflittuale dentro allo scenario, anarchico e fuori controllo, della città contemporanea. Il conflitto storico tra città e architettura (che noi ‘radicali’ denunciammo per primi già negli anni Sessanta) ha raggiunto un livello di grande chiarezza: dopo il successo di Bilbao anche le amministrazioni pubbliche e le grandi imprese chiedono agli archi-stars di costruire uno ‘scandalo’, perché lo scandalo architettonico produce informazione, attrazione, curiosità, elementi molto funzionali nell’attuale contesto della concorrenza mediatica tra le grandi città e i grandi marchi. Il secondo motivo – più grave – deriva dal fallimento della politica, sia di destra che di sinistra. Questo fallimento ha prodotto una diffusa sfiducia nel futuro, di cui l’architettura moderna è sempre stata il vessillifero più ottimista e visibile. Un tempo il merito della politica era soprattutto quello di contribuire alla bellezza della polis, e la stessa democrazia era considerata dai filosofi greci lo strumento più adatto, non tanto per realizzare la giustizia sociale, ma piuttosto per il decoro e il buon funzionamento della polis. Adesso che questo teorema si è interrotto e il futuro non sembra più appartenere alle competenze e ai doveri della politica, la nuova architettura ha perduto completamente la sua ‘aura salvifica’ ed è vista come un gesto gratuito, casuale, anche pericoloso, perché produttore di trasformazioni di cui non si capisce il senso e che porteranno verso un futuro oscuro, non condiviso e soprattutto non desiderato. La responsabilità diretta degli architetti, in questo contesto di crisi epocale, sembra essere dunque limitata; ma in realtà anche loro hanno una buona dose di colpe, anche gravi. La prima di queste è sicuramente quella di aver abbassato (forse azzerato) la componente intellettuale del proprio lavoro, continuando a dibattere anche nel primo decennio del XXI secolo delle vecchie questioni compositive, infilando l’architettura in un imbuto autoreferenziale che non interessa nessuno, salvo gli addetti ai lavori. La seconda colpa – derivata dalla prima – consiste nell’avere abbandonato qualsiasi tipo di ‘ricerca’ che non sia quella di nuovi clienti. Così facendo, in nome di un duro realismo professionale, gran parte dell’architettura contemporanea non è in grado di gestire positivamente la propria crisi epistemologica come occasione per attivare processi di innovazione profonda. Così, gran parte dell’architettura ‘nuova’ nasce già ‘vecchia’, perché inadeguata rispetto alle grandi opportunità che le trasformazioni sociali e tecnologiche potrebbero offrirle. La società contemporanea avverte istintivamente tutto questo: avverte che dietro l’apparente innovazione c’è molta improvvisazione; che dietro le questioni ambientaliste, di cui molto si parla nelle nostre università, c’è carenza di idee; avverte che l’architettura è rimasta – fino a oggi – fuori dalle nuove tecnologie, estranea all’informatica, alle nuove economie sociali, alla globalizzazione delle idee. Un’architettura che ha “una grande difficoltà a integrarsi nel mondo contemporanea” – magari criticandolo – e preferisce, innamorata di se stessa, vivere la propria crisi come ultima testimonianza della propria grandezza perduta.