Oggetti Atomici
di Stefano Caggiano
Non più forme definite ma libere aggregazioni di particelle che sembrano pronte a cambiare aspetto in ogni momento. Sono i prodotti del ‘design liquido’ contemporaneo, espressione di una nuova sensibilità che ha fatto dell’instabilità un vero e proprio riferimento progettuale.
Ci sono due modi per generare forme: per definizione dall’esterno, e per emanazione dall’interno. Il primo è il modo del segno che congela e circoscrive il pulsare difforme della materia. Il secondo è il modo di forze pre-estetiche che non puntano a contenere la contingenza ma a manifestarne le intime contraddizioni. E nella nostra epoca liquida, priva di un segno stilistico fermo e riconoscibile, sembra essere proprio quest’ultimo l’approccio più prolifico per la ricerca di punta nel design. Non stupisce quindi trovare su questa linea un designer di provata genialità come Richard Hutten, il quale, nei recenti lavori The Air Spheres Bench – una panca ‘molecolare’ rivestita in gommapiuma progettata per la galleria Plusdesign di Milano – e Cloud Chair – una seduta in alluminio pressofuso nichelato realizzata per la galleria Ormond di Ginevra – scova proprio nella “vaghezza di natura frutto” (Leopardi) un inedito luogo di incontro tra poesia e progetto. Ma Hutten non è il solo. Sono diversi i progetti che stanno nascendo in questa direzione, e che – si pensi per esempio a BB Chair di Asif Khan – possono a buon diritto essere definiti ‘oggetti atomici’, in quanto non si presentano come ‘forme’ ma come liberi aggregati di atomi o – come nel caso di Bric Chair di Pepe Heykoop per Dutch Individuals – di ‘quanti’ estetici che scompongono l’oggetto in blocchi di figure e colori. L’atomo è composto da un nucleo circondato da elettroni che girano a velocità prossime a quella della luce, e, come tutte le particelle quantomeccaniche, mostrano un comportamento sia ondulatorio che corpuscolare. Si pensi alle pale di un ventilatore, che quando ruotano sembrano essere in più punti nello stesso momento; ecco, l’elettrone che gira attorno al nucleo è realmente in più punti nello stesso momento. Tanto che se si ingrandisse un atomo fino a portarlo alle dimensioni di un campo da calcio il nucleo sarebbe grande come una moneta da un centesimo posta al centro, con il resto dello spazio vuoto, attraversato solo dalle orbite degli elettroni. Ciò significa che la ‘solidità’ della materia, quella proprietà indefinibile grazie alla quale tocchiamo la realtà e non sprofondiamo nel pavimento quando siamo al secondo piano di un edificio, non è altro che una somma di tantissimi ‘vuoti’. Ciò è ben rappresentato dall’estetica sfuggente di un progetto come Sliced Lamp dello Studio Mango, una lampada che intreccia la propria presenza alla propria assenza assumendo la medesima consistenza dei quanti luce che promana. Anche i volumi girevoli di Grove- Revolving Trees dello Studio Raw- Edges si sintonizzano su una sensibilità analoga.
Si tratta di piccoli ‘alberi domestici’ in carta Fabriano e compensato la cui densità lanuginosa è simile a quella che avrebbero gli atomi se li potessimo vedere. Ma gli atomi non li possiamo vedere, come non possiamo vedere nessuna particella quanto-meccanica. Possiamo però vederne gli effetti nella vita quotidiana, tra cui la fusione in atto tra web e mondo reale, resa ‘sensibilmente’ decodificabile da oggetti come Chairpixels di Vittorio Venezia (prototipo realizzato da Meritalia), una seduta reale, non virtuale, che si scompone nei suoi atomi-pixel costitutivi, spigolosi all’occhio e morbidi al tatto. Partita simile a quella in gioco in Pixelated Chair, dello Studio Makkink & Bey, in cui la stessa scomposizione ‘elettronica’ viene applicata a un materiale antipode come il legno. Di grande eleganza concettuale è il progetto Soundplotter di Johannes Tsopanides e Johanna Spath, dove la danza delle particelle quantistiche viene associata alle onde acustiche grazie a una macchina per il rapid prototyping che traduce il suono di uno strumento o di una voce in autentici oggetti tridimensionali. Sono davvero tante le cose che si possono immaginare con questa nuova materia. Si possono addirittura predisporre esperimenti ‘fisico-chimici’ sul progetto, come quello approntato da Matteo Manenti con la seduta Insomnia per il collettivo Dorothy Gray, in cui la gerarchia di aristotelica memoria tra forma e materia viene deliberatamente invertita per rovesciare come un guanto la struttura logica dell’oggetto: “In pratica – dice Manenti – è come se il cuscino che stava sulla sedia fosse esploso, si fosse inglobato in una mutazione. Oppure semplicemente non ho tosato la mia sedia e lei è diventata così”. Questo riferimento all’escrescenza biologica non è casuale. In greco il termine che indicava “forma”, morphé, voleva dire anche “cadavere”, perché solo nel rigor mortis la forma è immutabile. La materia, invece, è ribelle e vitale, e più che i ‘segni’, cioè i fenotipi del progetto, in tutte queste esperienze devono essere visti in azione i genotipi del progetto, le pulsioni emotivo-concettuali che dal fondo della congiuntura antropologica premono per il manifestarsi di quelli che per comodità continuiamo a chiamare ‘oggetti’, ma che in realtà sono temporanee aggregazioni di postforme allo stato fluido “sempre pronte, e inclini, a cambiare forma” (Bauman). Dovevano essere fenomeni come questi, o come l’avverarsi di un fiore, che aveva in mente Nietzsche quando suggeriva che possiamo sì concepire la natura come un’entità retta da leggi, ma, allo stesso titolo – cioè sulla base degli stessi dati osservativi – possiamo ugualmente pensare che il corso della natura è necessario e calcolabile “non perché in esso dominano le leggi, ma perché le leggi vi mancano assolutamente, e ogni potenza in ogni momento giunge alla sua estrema conseguenza”. La forma emanata dalla materia sarebbe il fronte d’onda di un’energia amorfa che sostanzia la nebulosa fisicità delle cose. E che chiama il progetto a liberare il magma caldo di possibilità intrappolato sotto la crosta ghiacciata della solidità. Non per giungere a un fine, ma per allontanarsi sempre di più dalla fine in cui cadono le cose che non sanno sognare.