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Zaragoza, Expo 2008: Pabellón Puente

progetto di Zaha Hadid con/with Patrik Schumacher
foto di Fernando Guerra
testo di Alessandro Rocca

A Zaragoza, l’Expo 2008 ha come tema ‘Acqua per la vita’ e il ponte-padiglione sull’Ebro sembra cogliere in pieno la natura liquida, e lo slancio vitale, a cui allude lo slogan dell’esposizione.
Il ponte si lancia nel vuoto con gesto audace, riproducendo nelle spire della struttura d’acciaio il fluire dell’acqua. Le onde, i gorghi e le increspature più lievi si trasferiscono in spazi, texture e immagini che sembrano provenire da un alias tecnologico, un pianeta analogo che traduce figure ed emozioni della natura in forma artificiale. Il ponte, 270 metri di lunghezza, 30 metri di altezza massima (come un palazzo di 9 piani), 7.000 tonnellate d’acciaio, una pila centrale con fondazioni profonde 68 metri, è potente e leggero, un traforo attraversato dalla luce e dall’aria, un umbracolo atmosferico e cangiante che dialoga con il fiume e con il sole infuocato di Zaragoza, dove la temperatura estiva spesso raggiunge i 40 gradi. La struttura è formata da quattro elementi, sagomati in forma di baccello o di scafo, che svolgono sia la funzione portante sia l’articolazione spaziale. Visto dall’alto, il ponte sembra un insetto longilineo rovesciato sul dorso: una composizione di rigidi involucri semiaperti, i quattro baccelli, ricoperti da un ordito di trame apparentemente fragili e leggere. Il ponte è anche un padiglione composto da una serie di spazi coperti, lunghe gallerie che si intrecciano e si incontrano ad altezze diverse, costruendo una specie di labirinto a senso unico. Per la ricchezza di scorci e di intrecci, di interferenze tra spazi diversi, di vedute e di schermi, l’attraversamento del ponte è un’esperienza sensoriale complessa che diventa una vera e propria lezione di architettura sul campo. La vista, il tatto, l’udito sono chiamati in causa per comprendere e per orientarsi nel ventre di una balena ad alta tecnologia, un monumento senza centro che rimanda agli elementi naturali – l’acqua del fiume, il cielo che si manifesta a tratti, i raggi del sole filtrati dalla maglia d’acciaio – e alla legge di gravità. In Spagna, dove molte città possono annoverare un ponte di Santiago Calatrava, la performance di Hadid offre un’ipotesi alternativa. La metafora sempre presente in Calatrava è quella del corpo umano rinascimentale, dinamico ma perfettamente bilanciato, fatto di ossa, tendini e masse muscolari. Per Hadid, invece, il corpo sottinteso è neuronale, è organismo vivo e multiplo, è ganglio di interazioni solo temporaneamente solidificate in una forma che, in teoria, potrebbe anche essere mutevole e diversa. Come diceva Mies van der Rohe, non si può reinventare l’architettura ogni lunedì mattina, però il nuovo ponte di Zaragoza dimostra che è ancora possibile, per una “archistar” come Zaha Hadid, fare ricerca e misurarsi su terreni nuovi. Un passaggio significativo è l’unione del talento spaziale di Hadid con le ricerche sull’architettura parametrica di Patrik Schumacher, da cui è nato un laboratorio di idee e di soluzioni avveniristiche terribilmente efficiente. Schumacher è un ricercatore e un inventore di procedure compositive basate sull’elaborazione di software interattivi. Nei suoi testi, molto interessanti e anche piuttosto complicati, sostiene una concezione dell’architettura profondamente integrata con una serie di spunti, di tecniche e di processi derivati dal mondo dell’informatica, dalla biologia e dalla neurologia. Il tema della collaborazione con Schumacher, partner associato dello studio Hadid, è l’elaborazione della forma che non avviene più, o non solo, attraverso un movimento intuitivo che cresce seguendo motivazioni estetiche, ma dipende invece da una serie di regole prefissate che ne definiscono lo sviluppo in una fase successiva, libera dal controllo e dalla volontà dell’architetto. Come un processore, quindi, ma soprattutto come un altro parametro fondamentale che oggi ritorna in gioco continuamente: la natura. I processi naturali sono infatti il modello ineguagliabile, per l’unione straordinaria di coerenza e, nello stesso tempo, di incredibile complessità. Schumacher, che dirige un laboratorio di ricerca all’Architectural Association di Londra e insegna nelle università di Francoforte e Innsbruck, spiega l’essenza del concetto parametrico come l’elaborazione complessa del rapporto tra causa ed effetto. Con un esempio molto efficace, rappresenta la differenza tra la modalità parametrica (la sua) e il paradigma più diffuso della semplice traslazione meccanica: “C’è la stessa differenza che corre tra il tirare un calcio a un pallone e il tirare un calcio a un cane”. Nel primo caso si ha un rapporto tra causa ed effetto prefissato e rigido; nel secondo c’è invece una relazione complessa, tra stimolo e risposta, e non prevedibile. Secondo Schumacher, “l’architetto può modellare un proprio universo, con la sua propria ontologia e le sue leggi di natura”. Concetti difficili e matematiche coraggiose che, attraverso la matita di Zaha Hadid, diventano invenzioni spaziali molto speciali, come il ponte coperto appena costruito a Zaragoza.

 



In copertina: inseriti nella stanza disegnata da Jasper Morrison per la mostra A world furniture show (Colonia, 1986), alcuni dei prodotti più recenti progettati dal designer inglese.

n. 584 Settembre


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